TRACCE DI SACRO

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Il sentimento religioso tra rappresentazioni e visioni. Tra cinemà verité e video compartecipato

Soggetto Capofila: CULTURE-AID   Associazione culturale di promozione sociale (Ancona), Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Regia Giorgio Cingolani, Luca Luzi

Produzione: AMAT, CULTURE_AID

E' terminata la post-produzione del film sperimentale "Tracce di sacro". A settembre sarà distribuito su circuito nazionale e internazionale.

ABSTRACT PROGETTO

Alla base dell’idea di questo film è la convinzione che il cinema possa costituire una buona officina per una conoscenza reciproca tra le varie culture e i diversi immaginari ad esse congiunti.

Il laboratorio o l’officina visuale che è alla base della costruzione del film propone un ideale di valorizzazione delle differenze per combattere i luoghi comuni e promuovere un patrimonio di diversità che nessuna logica di dialogo ‘facile’ può ignorare o colpevolmente sopprimere.

Un vero Viaggio nelle differenze, per sottolineare la volontà di approfondire.

Da molte parti sono giunte conferme sulla validità e l’attualità di questa scelta orientata a mettere in pericolo le nostre pseudo-certezze sulle religioni: per approfondire il nostro ‘credo’ e presentarlo senza timori, per conoscere in modo non omologato e omologante il nostro “vicino”, così profondamente ignorato o travisato, e costruire ponti di dialogo tra uomini e donne di diverse religioni.

La questione dell’improvvisazione è fondamentale: “la macchina da presa diventa viva come le persone che riprende”. Il movimento nel filmato riprende e segue perfettamente l’occhio che guarda e la cinepresa definisce già il montaggio.

Sul materiale filmico l’audio viene montato in post produzione dopo aver registrato gli attori del documentario che rivedendosi raccontano ciò che accade.

Il cardine di questa tipologia di documentario è che i filmati sono riguardati insieme a chi è stato il soggetto delle riprese, “rivedere diventa guardare”.

Lo sguardo è importante perché riguardando l’immagine con i soggetti della ripresa che spiegano i significati di ciò che accade significa “rivedere attraverso e con i loro occhi”.

Questo tipo di cinema permette di acquisire una capacità di sguardo “plurale” nei confronti della realtà complessa, sia dell’immigrazione che del dialogo sulle differenze religiose; lo sguardo non si inserisce nell’inerzia dell’oggetto come un giudizio stereotipizzante ma si aggiunge alla processualità degli eventi come una moltiplicazione dei punti di vista. E’ un invito a liberarsi di due precomprensioni opposte ma egualmente fuorvianti dell’immigrato, quella che prefigura un pericolo quasi mortale, una sorta di malattia sociale da debellare, e quella che invece dipinge un eroe della postmodernità, un simbolo dello sradicamento; a questi due stereotipi occorre invece opporre una documentata contingenza – da qui il ruolo cruciale dell’antropologia come scienza “di campo”. Rigorosamente documentario, presa diretta, senza effetti speciali. Un’etnografia visiva partecipata che permette, attraverso la visione delle sequenze e delle vicende del film di cominciare a fugare le idee preconcette e i vuoti di informazione che tanto spesso producono falsi giudizi sulle religioni come causa di guerra e di conflitto sociale. Mai come in questi anni questo percorso di conoscenza è diventato urgente.

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